lunedì 2 marzo 2020

Certificati - vantaggi fiscali

Certificati, strumenti finanziari con un vantaggio fiscale

2 Marzo 2020, di Redazione Wall Street Italia
A cura di Gian Luca Cardarelli, consulente finanziario di Bologna
Gli investitori hanno dato prova di resilienza di fronte alla recente epidemia di coronavirus e alla correzione del mercato energetico ma il ritorno della volatilità dovuto alla diffusione del virus al di fuori dei confini del gigante asiatico spinge i risparmiatori alla ricerca di soluzioni di investimento che garantiscano protezione e un giusto equilibrio tra rischio e rendimento.
La forte correlazione tra le varie aree geografiche di investimento sta portando gli operatori a cercare diversificazione tra settori differenti, tra stili di gestione e tra le possibili opzioni di investimento si ricorre sempre più all’utilizzo di strumenti finanziari derivati, quali i certificati di investimento.
Cosa sono i certificati di investimento?
L’acquisto di un certificato corrisponde all’investimento in opzioni finanziarie; si tratta di strumenti derivati cartolarizzati emessi dalle banche il cui valore dipende dall’andamento di una o più attività finanziarie.
Piuttosto che consentirne l’investimento diretto seguono un sottostante o un basket di riferimento (azioni italiane, europee, statunitensi e asiatiche; numerosi indici; valute; materie prime come petrolio e gas naturale; metalli preziosi; prodotti agricoli e i relativi futures, ecc) al fine di affrontare diversi scenari di riferimento.
Possono essere acquistati per aprire posizioni long o short permettendo quindi la partecipazione al rialzo/ribasso del sottostante e, in taluni casi, proteggono (ma non garantiscono) il portafoglio in caso di andamento opposto fino ad un certo livello prefissato.
Si distinguono in certificati a capitale protetto (totale o parziale), a capitale condizionatamente protetto e a capitale non protetto fino ad arrivare ai certificati a leva finanziaria (fissa o variabile).
Secondo i dati Acepi (Associazione Certificati e Prodotti di Investimento) il mondo dei certificates è cresciuto di oltre il 54% rispetto all’anno precedente, accompagnato da un aumento dei volumi sul mercato primario pari a 17 miliardi di euro. E l’inizio del 2020 non è stato da meno.
Anche l’ultimo report trimestrale di Assoreti conferma un aumento pari al 10% della presenza dei certificates nei portafogli dei clienti delle reti di consulenza finanziaria, considerandola come la categoria di prodotto che ha registrato il maggiore incremento nello scorso anno.

Quali sono le ragioni di tale successo?
Rispetto all’esordio sul mercato italiano alla fine degli anni 90 i certificates hanno ridotto la loro complessità diventando più flessibili e utili sotto il profilo della diversificazione di portafoglio. Grazie alla loro flessibilità si possono implementare molteplici strategie: dalla protezione condizionata del capitale, al rendimento anche in caso di ribasso dei sottostanti con i “bonus certificate”, fino all’ottenimento di premi periodici con i“cash collect”.
Ci sono certificati infatti che permettono di incassare premi periodici, al verificarsi di determinati eventi, un funzionamento che ricorda quello delle obbligazioni. Sia ben chiaro che esiste una differenza sostanziale nel livello di rischio tra una classica obbligazione e un certificato che investe su un’azione di riferimento.
Constatiamo quindi che questi strumenti derivati – in quanto derivano il loro valore dall’andamento di una o più attività sottostanti – rientrano in misura crescente nelle strategie di investimento sia dei singoli investitori che dei consulenti finanziari.

Ma quali sono i limiti?
E’ opportuno ricordare che di fronte ad una crescita progressiva in termini di emissioni e volumi di scambio non è stata corrisposta proporzionalmente una crescita di conoscenza degli stessi e di educazione finanziaria.
Le competenze trasversali richieste devono tener conto di diversi parametri: dal parametro della volatilità e dell’impatto che questa puo’ avere sul risultato finale, al rischio emittente (solvibilità di colui che emette lo strumento e lo quota sul mercato Sedex o TLX).
Dall’incognita legata all’andamento del sottostante e al livello dei volumi scambiati (che influiscono sulla loro liquidabilità), sebbene è richiesto la presenza di un market maker in continuo al fine di garantire la liquidità dello strumento, allo spread applicato in fase di negoziazione che si aggira mediamente tra lo 0,5% e 1% per i Certificate di Investimento.

Consideriamo, inoltre, che l’arco temporale dell’investimento è legato alla data di scadenza dei certificates e che un’eventuale ri-allocazione delle risorse prima del termine è condizionata dal prezzo di negoziazione del titolo che segue in maniera imperfetta la variazione del sottostante, avendo appunto i certificate l’obiettivo di offrire un payoff asimmetrico rispetto all’andamento del sottostante.

Non possono quindi essere acquistati in maniera superficiale ma vanno analizzati, confrontati tra loro, scegliere per quale tipo di investitore sono adatti, capirne i costi impliciti ed espliciti e soprattutto essere in grado di saper gestire molto attentamente e continuamente le posizioni aperte per non incorrere in perdite importanti sul capitale investito.

E’ bene ricordare che a differenza degli strumenti di gestione collettiva del risparmio (cosiddetti OICR) i certificates si limitano a seguire l’andamento dei sottostanti, non prevedendo alcuna attività professionale di gestione attiva sugli stessi.
Risulta invece molto utile il loro utilizzo, nelle opportune dosi e modalità, per coprire una posizione aperta in portafoglio in modo da ridurre parzialmente il rischio: parliamo della categoria dei “Reverse” utilizzati in maniera più speculativa in quanto pensata apposta per beneficiare dei ribassi del sottostante.
Vale la pena ricordare che per ridurre il rischio complessivo del loro utilizzo sarebbe sempre meglio utilizzare le barriere DISCRETE/EUROPEE che al contrario delle rilevazioni CONTINUE/AMERICANE condizionano il risultato finale al valore puntuale a scadenza e non a quello intraday (raggiunto durante la vita finanziaria dello strumento).

Dal punto di vista fiscale godono di un grosso vantaggio
Le plusvalenze realizzate con i certificates sono soggette a un’aliquota fiscale sui capital gain del 26% (analogamente al rendimento di altri strumenti finanziari tra cui le azioni). Tuttavia, essendo considerate redditi diversi, possono essere compensate con eventuali minusvalenze accumulate negli anni precedenti (a differenza degli Etf che non godono di questo regime) in quanto il flusso monetario che offrono, anche cedolare, è sempre soggetto ad aleatorietà.
Uniche eccezioni sono poste qualora il certificato preveda lo stacco di cedole incondizionate (e fare bene attenzione…nel caso di alcuni intermediari che hanno scelto di adottare un criterio di tassazione dei flussi periodici rinviato alla vendita/scadenza).
Una strategia fiscale spesso utilizzata per la sua efficacia ricade nell’acquisto di quei certificati che pagano una maxi cedola, un premio ad alto rendimento (da qui l’appellativo “maxi”), già alla fine del primo mese di vita dello strumento e spesso verso la parte finale dell’anno.
Questa tipologia è utile soprattutto a quegli investitori che hanno la necessità entro la fine dell’anno fiscale di recuperare le minusvalenze presenti nel proprio zainetto fiscale incassando un alto provento in tempo utile per non veder evaporare le minusvalenze maturate negli anni pregressi.
Parliamo dei “Maxi Cash Collect” una tipologia di certificati (che tipicamente ha come sottostante un paniere o basket di azioni) appartenenti alla categoria ACEPI dei prodotti a capitale condizionatamente protetti.
I Certificate su un basket “worst of” di azioni prevedeno che la verifica della condizione per ricevere il premio venga valutata sul peggiore dei titoli sottostanti che compongono il basket.
Al termine del periodo di vita del certificato, si potranno verificare due scenari:
  • Se tutti i sottostanti del paniere avranno un prezzo maggiore o uguale al livello barriera, il certificato rimborserà il capitale investito più il premio, oltre ad eventuali premi non pagati nelle date di valutazione intermedie precedenti (se dotato di effetto memoria).
  • Nell’eventualità in cui almeno una delle azioni del paniere dovesse passare di mano al di sotto del livello barriera a scadenza, il Certificate pagherà una cifra commisurata alla performance negativa del peggior sottostante del paniere. In questo caso, l’investitore subirà una perdita sul capitale investito.
La minusvalenza a scadenza o nel corso della vita dello strumento potrà comunque essere accantonata o recuperata nei 4 anni successivi.
Scenario diverso  nel caso in cui l’investitore non voglia partecipare alla vita residua del titolo: potrebbe venderlo successivamente allo stacco della maxi cedola iniziale e beneficiare della traslazione delle minusvalenze pregresse attraverso la contabilizzazione della perdita subita.
Da tenere presente, infine, che se un Certificato ha come sottostante un’azione italiana “rilevante” (con una capitalizzazione maggiore dei 500 milioni di euro) indici azionari o basket di azioni, si applica la TobinTax(istituita dalla Legge di Stabilità del 2013).
Diversificazione, trattamento fiscale e protezione sono quindi gli elementi che rendono questo strumento utile nella frammentazione del rischio del portafoglio dei clienti, nelle giuste dosi e sempre nel rispetto dell’asset allocation complessiva.

venerdì 9 agosto 2019

A Traders Quick Guide to Position Sizing

on: 
I base my position sizing in my trades on the fact that I never want to lose more than 1% on any one trade. If I am trading with a $100,000 account, I don’t want to lose more than $1,000 in a losing trade. A stop loss level has to start at the price level that you know you are wrong, and work back to position sizing. If the support level on your trade is $105 for your entry and you set your stop at $100, then you can trade 200 shares with a stop at the $100 price level. 200 X $105 = $21,000 position size for 200 shares. This is about 20% of your total trading capital with about a 5% stop loss on your position that equals a 1% loss of your total trading capital.
  1. A 20% position of your total trading capital gives you a potential 5% stop loss on your position to equal 1% of total trading capital.
  2. A 10% position of your total trading capital gives you a potential 10% stop loss on your position to equal 1% of total trading capital.
  3. A 5% position of your total trading capital gives you a potential 20% stop loss on your position to equal 1% of total trading capital.
The average true range (ATR) can give you the daily range of price movement and help you position size based on your time frame and your stocks volatility. If your entry is $105, your stop is $100, and the ATR is $1, then you have a five days worth of movement against you as a stop.
Start with your stop loss level and volatility to give yourself your position size. The more room you want on your stop determines how big of a position size you can take.
If you only risk losing 1% of your trading capital when you are wrong, then every trade can become just one of the next 100 with little emotional impact. Ultimately, you can survive losing streaks and increase your odds of prosperity.

martedì 6 agosto 2019

PUT - CALL ratio (PCR) indicator

Put-call ratio (PCR)

Oggi parleremo del famosissimo indicatore tecnico Put/Call Ratio. Si tratta di un indicatore che riesce ad individuare correttamente il sentiment grazie alla divisione dei venditori e dei compratori all’interno del mercato delle opzioni. Il Put/Call ratio più utilizzato è quello del Chicago Board Options Exchange (CBOE):
put call ratio

Come interpretare l’indicatore Put/call ratio (PCR)

Prima di iniziare facciamo una precisazione:
  • Posizione Put = Posizione di Vendita
  • Posizione Call = Posizione di Acquisto
L’indicatore Put/Call Ratio è un indicatore che mostra dunque il volume delle posizioni Put in relazione al volume delle posizioni di tipo Call. Le posizioni Put (di vendita) vengono quindi utilizzate per bilanciare la forza del mercato oppure per scommettere sul suo avanzamento. Il rapporto Put/Call (Put/Call Ratio) è al di sopra di 1 quando il volume delle posizioni Put supera quello delle Call e sotto ad 1 quando il volume delle posizioni Call supera il volume delle posizioni di tipo Put. 
Tipicamente, questo indicatore viene utilizzato per misurare il sentiment di mercato. Il sentiment di mercato viene considerato molto ribassista quando il rapporto Put/Call si trova a livelli relativamente alti, oppure eccessivamente rialzista quando si trova a livelli relativamente bassi. Gli analisti possono volendo anche applicare delle medie mobili e altri indicatori per “pulire” ulteriormente i dati in modo da derivare degli altri segnali di rilievo.

Calcolo del Put/call ratio (PCR)

Il calcolo del Put Call Ratio è estremamente semplice e non necessita di operazioni difficili per ottenerlo. Si tratta di un semplice rapporto (una divisione semplice quindi). Ecco come si ottiene il Put/call ratio (PCR):

Put/Call Ratio = Volume Put / Volume Call

Interpretazione del Put Call/Ratio

L’interpretazione del Put/Call ratio è molto simile a molti altri indicatori di sentiment. Il rapporto Put/Call viene usato come un indicatore per misurare gli estremi rialzisti e ribassisti. Si tratta di un indicatore in controtendenza, che si muove al ribasso quando troppi trader sono bullish. Gli indicatori in controtendenza invece si muovono al rialzo quando troppi commercianti sono al ribasso.
I trader acquistano delle posizioni PUT in modo da assicurarsi contro un declino del mercato oppure semplicemente per scommettere sul ribasso del mercato. Mentre le posizioni di tipo CALL non vengono utilizzate per scopi di copertura, vengono comprate come scommessa puramente direzionale sull’incremento dei prezzi. Il volume delle posizioni Put incrementa quando le aspettative per un declino aumentano. Inoltre, le posizioni di tipo Call aumentano quando le aspettative per un rialzo aumentano. Il sentiment del mercato tocca gli estremi quando il rapporto Put/Call si muove relativamente verso dei livelli massimi o minimi. Questi estremi sono di tipo fisso e non possono cambiare nel tempo. 
Il rapporto di Put / Call alla sua estremità inferiore mostra una tendenza al rialzo eccessiva a causa del volume call che sarebbe significativamente superiore a quello Put. Dal punto di vista del trading in controtendenza, l’eccessiva tendenza al rialzo sosterrebbe una linea attendista e la possibilità di un declino da parte del mercato. Un livello Put/Call alle estremità superiori mostrerebbe un ribasso eccessivo a causa del fatto che il volume put sarebbe significativamente più alto rispetto al volume delle call. Un ribasso eccessivo sosterrebbe l'ottimismo e la possibilità di una inversione rialzista.

Put/Call Ratio: in conclusione

Essendo un indicatore in controtendenza, i segnali forniti dal Put/Call Ratio spesso saranno a favore del trend principale.  Il volume delle call aumenta nel caso in cui ci fosse un rally, mentre aumenta il volume put nel corso di un declino prolungato. Quando il rapporto di Put / Call raggiunge una delle estremità, ci suggerisce che gli investitori sono eccessivamente rialzisti o ribassisti. Crediamo che sia estremamente importante sfruttare l’indicatore Put/Call ratio in combinazione con altri indicatori, come ad esempio gli oscillatori di momentum oppure con i pattern grafici, in modo da confermare i segnali forniti da questo indicatore molto utilizzato tra i trader professionisti.

mercoledì 26 giugno 2019

6 Reasons Bitcoin's Rise Is Different This Time

By Investing.com (Clement Thibault/Investing.com)CryptocurrencyJun 25, 2019 07:02AM
BTC/USD Weekly
BTC/USD Weekly
But after losing 80% of its value in 2018, many investors may have already written it off, dismissing the cryptocurrency as just another asset bubble on its way to zero. Still, though the coin appears to be rising from the ashes, there seems to be far less excitement about its upward momentum right now, in marked contrast to its previous move higher.
Could 2019's new Bitcoin bullishness be different from the 2017 frenzy?

The FOMO Index

One of the major characteristics of the previous bull run was the extreme degree of interest from retail investors, coupled with daily coverage of Bitcoin's price moves in all major news outlets. Is this bull also being fueled by retail? While not a perfect indicator, Google Trends can help clarify how robust retail interest actually is.

1. 'Bitcoin' Search Volume

Google Trends Search Volume for Bitcoin 2016-2019
Google Trends Search Volume for Bitcoin 2016-2019
Searches for the term ‘Bitcoin’ had a relative strength of 39 in November 2017. Trends are measured against their peak performance, so 39 indicates the volume of searches for the month was 39% of the maximum achieved. The ultimate volume reached was 100, a month later, in December. The relative strength of 'Bitcoin' searches thus far in June 2019 is only 12, three times less than it was when the cryptocurrency previously crossed $11,000 on its way higher.

2. Search Volume for 'How to Buy Bitcoin'

The stark difference between now and then is particularly evident for the search term ‘How to Buy Bitcoin.’ As well as providing an indicator of general curiosity, it also offers a view into the approximate number of new investors interested in the asset. Unsurprisingly, searches for the term peaked at 100 in December 2017, with November coming in at 41. For June 2019, the relative strength is just 5, eight times lower than it was in November 2017.
It appears that this time around, mom and pop investors are barely driving Bitcoin’s price versus their influence a year and a half ago.

Network Metrics 

Accessing the current state of the Bitcoin blockchain, including the number of active addresses, fees paid, number of value transfers, or the mean size of the transaction can tell us whether Bitcoin’s price is overheating. All data below from coinmetrics.io.

3. Active Addresses

Active addresses identifies the number of active participants. In November 2017, 1.15 million addresses were active on the day Bitcoin crossed $11,000. This past Sunday, when the digital currency first crossed that threshold, only 875,000 addresses were active, 24% fewer than in 2017.

4. Network Fees

This metric is a particularly good way of seeing if the network is overloaded with transaction requests. Since miners prioritize transactions with higher fees, the mean fee is a good way to see how congested the network is. During November 2017, the mean fee for a transaction was $6.5 USD versus $2.3 on Sunday. No sign of overheating there.

5. Value Transfers

The adjusted value of transfers on the Bitcoin network is also lower now than it was in November 2017. Back then, the average amount of BTC transferred daily was 384,000; currently it's 177,000, less than half the daily amount previously registered at the $11,000 price point.

6. Mean and Median Transfer Sizes

Finally, the mean and median transaction sizes are also indicating the market is still subdued. The mean transaction size in November 2017 was 2.2 BTC vs today's 0.82 BTC. Likewise, median transaction size then was 0.012 compared to just 0.007 BTC today.
Conclusion
Clearly, this Bitcoin bull hasn't reached an extreme just yet. That's surprising considering the cryptocurrency's recent run-up of 207% year-to-date, having jumped from ~$3700 to ~$ 11380 in just a short time.
Significantly, these gains occurred even without the level of retail interest seen before the 2018 crash. Of course, at that time many investors lost 80% and more on the asset, something that's bound to scare the uninitiated. And given Bitcoin's history of volatility, there still could be another roller-coaster ride ahead. If this upward momentum continues, given Bitcoin's previous history of robust surges and violent plunges, once a critical mass is reached, look out for another parabolic ride higher andlower.
Best way for interested investors to proceed? Focus on metrics going forward. During the last bull run $11,000 was hit as the market was overheating; that's not the case yet.

martedì 30 ottobre 2018

DURATION: SPIEGAZIONE, FORMULA E UTILIZZO NELLE OBBLIGAZIONI

La durata finanziaria di un titolo (Duration) è un indice fondamentale per l’investimento in obbligazioni. Scopri cos’è, come si calcola e cosa permette di misurare. 



Significato di Duration
DurationLa duration, o durata finanziaria di un titolo, è una misura ampiamente utilizzata nei mercati obbligazionari (fixed-income) per valutare l’investimento effettuato e i rischi connessi a eventuali cambiamenti dei tassi d’interesse. La duration viene considerata anche come una misura approssimativa della volatilità di un titolo obbligazionario, quindi una duration elevata indicherà tendenzialmente rischi minori ma maggiori rendimenti e viceversa.
La duration è espressa in giorni e anni e fornisce, a un dato momento della vita di un titolo a reddito fisso, il tempo necessario perché esso ripaghi, con le cedole, il capitale investito inizialmente.

 
Duration, cedole, rendimenti e tassi d’interesse
Ne consegue che un aumento della frequenza delle cedole o del loro rendimentoriduce la duration. Un aumento dei tassi d’interesse fissati dalla banca centrale comporta un calo dei prezzi dell’obbligazione e quindi un impatto sulle performance dell’investimento e un aumento della duration, ossia del tempo necessario a ripagare il capitale impiegato.
Questo comporta che duration più lunghe implicano una maggiore sensibilità dell’investimento al rischio collegato alle eventuali variazioni dei tassi d’interesse, mentre duration più brevi tendono a immunizzare da questo pericolo.

La formula della Duration
Analiticamente la formula della duration più impiegata è quella espressa da Frederick Macaulay nel 1938 (durata media finanziaria) e si esprime come segue:
Formula duration del debito

Dove t è il tempo, tm è la scadenza (o maturity) e, di conseguenza la differenza tm- trappresenta la vita a scadenza (time to maturity).
Da questo deriva la scadenza media aritmetica  che indica la media delle scadenze pesate con le poste di flusso (xk) intese tutte come non negative:
scadenza media aritmetica
Fissando poi j come tasso di valutazione e inserendo un fattore di attualizzazione in un regime a interessi composti  si giunge alla formula della durata media finanziaria descritta sopra.

La Duration Modificata
Da notare che spesso, per conoscere la variazione del prezzo del titolo analizzato al variare del rendimento interno r (TRES ossia Tasso di rendimento effettivo a scadenza = prezzo/valore attuale dei flussi d pagamento) si impiega la duration modificata DM:
Duration modificata
Su un foglio Excel la Duration di Macaulay è facilmente calcolabile con la funzione “DURATA”.

L’utilizzo della Duration
L’impiego della duration nella gestione di un portafoglio di titoli obbligazionari è fondamentale, anche perché la sua sensibilità a eventuali variazioni dei tassi d’interesse può tradursi in forti perdite. Basti pensare che una crescita di due punti percentuali può comportare su un titolo di Stato a 30 anni perdite dell’ordine del 40 per cento. Nell’attesa per esempio di un rialzo dei tassi d’interesse un investitore in obbligazioni può ridurre la duration del proprio portafoglio per comprimere il rischio tassi.
È chiaro che la duration è proporzionale al rischio e dunque al rendimento, quindi riducendola si riducono tendenzialmente gli altri due fattori dell’investimento.
Per comprendere i principi basilari d’impiego della duration si possono evidenziare quattro caratteristiche:
  1. se un bond è zero-coupon, ossia non distribuisce cedole ma fornisce un pagamento dato dalla differenza tra il prezzo ricevuto a scadenza e quello di emissione (usualmente quindi sotto la pari come per i CTZ italiani), la duration dell’obbligazione corrisponde alla vita a scadenza del titolo (time to maturity);
  2. se due bond sono identici per caratteristiche con l’eccezione del tasso di rendimento cedolare (il coupon rate, ossia il rendimento annuale della cedola in percentuale del valore nominale), chiaramente il titolo con un coupon rate minore avrà una duration più elevata. In altre parole, la duration è inversamente proporzionale al coupon rate;
  3. se due bond sono identici fuorché per la scadenza, quello con scadenza maggiore avrà duration più elevata. La duration è dunque direttamente proporzionale alla scadenza;
  4. se due bond sono identici con l’eccezione del rendimento a scadenza (yield to maturity), quello con rendimento a scadenza maggiore avrà chiaramente duration minore. Quindi la duration è inversamente proporzionale allo yield to maturity.
Riassumendo la duration di un’obbligazione si allunga con l’aumentare della scadenza e si accorcia con il crescere del tasso di rendimento cedolare e del rendimento a scadenza. In assenza di cedole la duration corrisponde alla vita a scadenza del bond.

Fonte: Borsa Italiana

lunedì 8 ottobre 2018

Analisi situazione ITALIA VS EUROPA

stavo facendo qualche riflessione, che condivido convoi..
 
negl ultimi giorni , la rottura del governo italiano con la commissioe europea si è fatto sempre piu evidente e chiara.
le dichiarazioni sono cristalline:
1) la commissione è espressione di un voto popolare antiquata e saraì' spazzata via dalle nuove elezioni nel maggio 2019
2) dei pareri della commissione attuale non interessa niente e il governo italiano non si fermerà di fronte alle critiche
 
Dimaio , in un lapsus, l aveva detto : abbiamo fatto una manovra nella speranza che la EU ce la bocci..
 
si sta aprendo progressviamente un altro fronte pero' : quello contro i mercati.
di poco fa questa dichiarazione
DEPUTY PRIME MINISTER SALVINI SAYS WILL NOT BACKTRACK ON BUDGET PLANS REGARDLESS OF MARKET PRESSURE
che fa pendant con molte altre di tenore simile uscite nei giorni scorsi.
 
Penso che " il mercato " andrà a portare il btp fino al livello in cui il rischio di ridenominaizone degli asset italiani in nuovalira sarà prezzato. 
Per ora non ci sono tensioni altissime sulla parte a breve. il due anni rende 1.56  (il 2 anni spagnolo rende -0.17...).
Finchè il 2 anni non si avvicina significativamente al 10 anni, o addirittura lo supera (inversione della curva) , possiamo dire che il rischio italexit non è ancora davvero prezzato.
Quindi pensare che il 310 sia un livello di arrivo è un ipotesi che non mi sento di sposare.
 
sappiamo che ai "mercati" piacciono queste sfide, quindi stiamo attenti a fare i compratori patriottici stavolta.
Non abbiamo solo i mercati contro, ma abbiamo dei politici che lanciano il guanto di sfida , e sperano che i mercati abbocchino, in modo da arrivare a determinate decisioni sull EUropa in modo forzato.
 
aggiungiamo un altro elemento : la traiettoria del debito.
Per ora questa traiettoria non è entrata nel radar inmodo deciso, ma non mancherà molto. Se i tassi restano cosi alti, il problema inizierà a porsi rapidamente. 
Ricordiamoci che siamo a due tacche dal subinvestment grade : una discesa sotto quel livello fa scattare una serie di vendite forzate che rischiano di travolgersi come uno tsunami.  E' prematura parlare di cio', ma teniamolo a mente se a fine mese le agenzie arrivassero a declassarci piu di un notch.

mercoledì 29 agosto 2018

"What I Learned From Sitting In The Trading Room With Steve Cohen"

From ZeroHedge 29 Aug 2018
Submitted by Nicholas Colas of DataTrek Research
Never short a new high or buy a new low. I learned that sitting in the trading room with Stevie Cohen at the old SAC Capital, although it is not something I recall him ever actually saying. The sentiment does, however, capture the sense of the room’s general outlook on trading. And, frankly, life…
The logic around it looks something like this:
  • Someone always knows more than you about a stock, a sector, or the market as a whole.
  • If that “someone” decides to bid up a stock to a new high, you really don’t want to get in their way. It takes a LOT of conviction to keep buying even as a stock breaks out, so whoever is pushing it there feels they know something. Yes, they could be wrong (just look at FB’s new high right before last quarter’s horrible earnings). But they usually aren’t.
  • That makes a breakout an important “Tell” and prudent risk management says you wait for the stock to stop making fresh highs before you short it.
  • The same thing applies to new lows. Someone is selling that name even though it is cheaper than at any point in the last year. Wait for it to stop going down before buying. “Seller reloads” is a bad thing to hear when you are on the buy side of the trade.
With the breakouts this week in the S&P 500, NASDAQ and Russell 2000, we now have a US equity market that, to a trader’s eye at least, is essentially "unshortable." Pile on the fact we have a light volume week ahead of us, plus that there’s not much economic/fundamental news flow until after Labor Day, and there could be a series of new highs in the coming days.
Whenever equities break out to fresh records, we like to do a quick reality check for you. It’s not that we’re bearish; long time readers know we have been steadfastly recommending a US equity market overweight all year. But we hew to the old “Trust but verify” mantra of the late Ronald Reagan. With that, a few points:
#1. Valuations still look reasonable, especially as long-term interest rates seemed capped at 3%.
  • According to the last data available from FactSet, the S&P 500 trades for 16.6x forward 12-month earnings estimates. Using consensus numbers for next year ($178/share), US large cap equities trade for 16.3x on 2018 numbers.
  • With 10-Year Treasuries locked in below 3.0%, all that looks fine.
  • Bottom line: as long as you believe the US economy is in decent shape (we do) and trade/tariff wars will not push the global economy into a recession (we don’t), US stocks are reasonably valued because earnings are strong/rising and interest rates remain low.
#2. Technology is still leadership, with some modest help from Health Care.
  • Large Cap Tech is up 17.2% YTD (and made a fresh high today), which translates to 54% of the S&P’s 8.4% advance in 2018.
  • Amazon, technically a Consumer Discretionary stock, is a large contributor to YTD market returns all on its own. Its average weight in the S&P 500 in 2018 is just 2.6%, but with a 65% return YTD it is 20% of the S&P 500’s price appreciation this year.
  • Large Cap Health Care is 11.5% higher, or 19% of the S&P’s YTD return.
  • Bottom line: Tech + Amazon + Health Care = 93% of the S&P’s gains for 2018 YTD.
#3. There is a broad dispersion of valuation by sector based on 12-month forward earnings estimates.
  • Only 2 groups are materially cheaper than the S&P’s 16.6x valuation: Financials (12.7x) and Telecomm Services (10.2x). We like regional banks rather than large cap money centers, and outlined why last week.
  • Six sectors cluster around the market mean: Materials (15.5x), Health Care (15.9x), Industrials (16.3x), Utilities (16.7x), Energy (17.2x), and Real Estate (17.6x), and Consumer Staples (17.7x).
  • Two sectors show valuations well above the average: Technology (18.9x) and Consumer Discretionary (21.2x, mostly driven by Amazon).
  • Bottom line: there are broad swathes of the market trading for less than market leadership (Tech). They just aren’t working, however. Cheap is expensive (in terms of opportunity cost) in the current US equity market.
#4. The best-case scenario for the S&P 500 is a further 8.7% advance into the end of the year.
  • Since we can all agree that Wall Street analysts are a perennial bullish group, taking the aggregate average price targets for their coverage universes should yield the most bullish upside case for the S&P 500.
  • FactSet’s latest math using those price targets bubbles up to an S&P 500 at 3,148. While most analysts publish 1-year targets, recent market strength means this best-of-all-possible-worlds scenario may happen more quickly.
  • Bottom line: this aggregate price target implies a 17.1% price return on the S&P 500 for 2018 and a 17.7x multiple on next year’s earnings. If you believe 10-Year yields trend lower into December (and maybe click your heels three times), that’s certainly possible. Average total returns since 2010 are 14.2% for the S&P 500, for some historical perspective.
#5. The S&P 500’s solid YTD returns mask remarkable dichotomies in investment style performance that persist even in this latest melt-up:
  • The S&P 500 Growth index was +0.84% today while Value underperformed, only 0.66% higher.
  • The S&P 500 Value index is still 3.7% below its January 26th highs, while the Growth index is 5.4% above that day’s close.
  • Bottom line: S&P 500 Growth is +14.5% YTD, while Value is only 2.1% higher on the year. While it would be logical to expect some reversion to the mean in any further rally, there doesn’t seem to be any catalyst to make that happen.
If one does appear, it will most likely come in the form of a market shock. That means Value will decline less than Growth, not that it will deliver positive absolute returns.
Summing up: today’s breakout to new highs was a function of a baseline assumption (further corporate earnings growth and low rates) and a fresh input (a US Mexico trade deal means other trade/tariff negotiations are also likely). Trade has been the biggest overhang on US stocks, so the latter point has some runway to shove large caps even higher in the near term. You know our thoughts: stay long US large cap stocks. And if you disagree, don’t short them until they stop breaking out.