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mercoledì 8 luglio 2020

SBORNIA DA SMALTIRE

BorsaProf
08/07/2020 09:00

Dopo 5 sedute di rialzo consecutive la cosa più naturale di questo mondo sarebbe una pausa di riflessione. I commentatori dei media finanziari, influenzati dalle esigenze del “sistema”, chiamano “consolidamento” queste situazioni, in cui i mercati arretrano un po’ dalle vette appena toccate. Personalmente non sono molto d’accordo con questa definizione. “Consolidamento” evoca una situazione da cui si dovrebbe uscire più forti di prima. Invece un arretramento, per quanto piccolo esso sia, è pur sempre un evento che toglie qualcosa, per cui la parola esatta per definirlo dovrebbe essere “indebolimento”. Ma, si sa, l’approccio degli addetti alla divulgazione delle notizie e degli addetti alla consulenza al popolo, che dall’entusiasmo della massa hanno solo da guadagnare, è sempre improntato all’ottimismo, e questo si vede anche nei termini usati per definire le discese di borsa.
Proviamo a pensarci: i cali lievi vengono chiamati “consolidamenti”, quelli più seri “correzioni”, mentre le perdite gravi sono chiamate “volatilità”. Un’accurata scelta delle parole che cerca di evitare il panico dei risparmiatori minimizzando sistematicamente la portata di quanto succede. Per trovare un termine preoccupante bisogna che arrivino i veri e propri crolli, per definire i quali si usa spesso il termine “terremoto”. Questo termine è finalmente calibrato alla gravità della situazione, che non può essere edulcorata per non cadere nel ridicolo, ma a ben vedere è un termine “deresponsabilizzante”, poiché evoca un evento imprevedibile e senza responsabili e predispone il popolo ad accoglierlo in modo fatalistico e ad attendere composto che il tempo rimuova le macerie.
Ieri abbiamo assistito a quello che i media di oggi definiranno “consolidamento”. Un arretramento inferiore al punto percentuale per le borse europee ed il Nasdaq100 (il nostro Ftse-Mib ha chiuso addirittura quasi invariato) o di poco superiore per SP500 e Dow Jones. Niente di cui preoccuparsi, secondo la tradizionale narrazione compiacente.
Però, guardando all’andamento del future su SP500, ho avuto l’impressione che i rialzisti abbiano significative perplessità ed i venditori stiano prendendo il centro del ring, attuando prese di profitto più che giustificate dalle 5 sedute di rialzo consecutive da portare a casa.
Infatti il guizzo notturno, dovuto alla continuazione del rialzo cinese, si è spento man mano che in Cina gli indici arretravano dai massimi euforici raggiunti con la galoppata rialzista delle ultime sedute. Nel pomeriggio, dopo l’apertura delle contrattazioni azionarie a Wall Street, i compratori hanno tentato di fugare le perplessità riportando il future sull’indice principale fin quasi ai livelli della notte precedente. Ma non ci sono riusciti, perché prima dei massimi precedenti i venditori hanno ripreso il sopravvento, causando l’arretramento dei valori sui minimi di giornata (-1,08%) ed al di sotto della resistenza di 3.155 punti, attorno alla quale si è ballato per 3 sedute. Meglio è andata al Nasdaq che ha migliorato ancora una volta il suo massimo storico, anche se non ha potuto resistere alle vendite finali ed ha collezionato un segno negativo (-0,75%), ma con minimi e massimi crescenti.
Torna oggi d’attualità la necessità di guardare in basso, verso i supporti. Non per la Cina, che anche oggi colleziona sull’indice CSI300 un ulteriore balzo superiore al punto percentuale e porta a 7 le sedute rialziste consecutive e a 14 i rialzi delle ultime 15 sedute.
Probabilmente per i mercati occidentali, che sembrano aver perso parecchia dell’euforia dei giorni passati. Oltretutto il mercoledì è spesso giorno di inversione di tendenza. Se così sarà è l’area 3.110 del contratto Future a fare da diga per contenere le vendite. Se dovesse cedere è presumibile un’accelerazione ribassista che avrebbe quota 2.990 come primo obiettivo.
Stiamo a vedere, anche se l’incapacità di scavalcare senza ripensamenti la resistenza di 3.155 non testimonia grandi convinzioni da parte dei compratori.
Diciamo che, se non avrei dubbi a comprare una correzione cinese, quando verrà, ne avrei molti di più a comprare nuovamente l’indice americano sui supporti poco sotto quota 3.000, qualora venissero ritestati.
La virulenza del Coronavirus sta portando danni non indifferenti al tentativo di ripresa in parecchi stati americani molto popolosi. I dati macroeconomici, che nelle scorse settimane evidenziavano spesso sorprese positive e facevano sperare nella rapida ripresa dell’economia dopo la rimozione di gran parte dei  lockdown, potrebbero nelle prossime parlare un linguaggio di nuovo cupo, dato che molti governatori stanno ripristinando le chiusure. Oltretutto i sistemi sanitari di Texas, Arizona e California si avvicinano al collasso, mentre Trump, per combattere il virus, non è riuscito a trovare di meglio che confermare l’uscita il prossimo anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, a suo dire troppo filo-cinese.
Intanto ieri il contrappasso dei negazionisti ha colpito anche il sovranista brasiliano Bolsonaro, risultato positivo al tampone, come Boris Johnson ad aprile.
Non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma mi chiedo come i mercati finanziari prenderebbero l’annuncio di una eventuale positività al virus anche di Donald Trump, altro negazionista eccellente. L’evento non è impossibile, dato che il suo staff e la sua famiglia ultimamente hanno avuto diffusi contatti con persone positive ai tamponi.
Dopo che il virus ha fiaccato la popolarità del Presidente Bullo, se ne fiaccasse anche la salute, i mercati perderebbero un potente alleato e dovrebbero scontare una vittoria sempre più probabile dei democratici alle Presidenziali, nonostante la candidatura del pigro Biden, che, chissà perché, viene considerato nemico dei mercati. Io credo che semplicemente non sappia che cosa sono.

domenica 3 maggio 2020

Cos’è il Buy back e qual è il significato dell’operazione di riacquisto azioni?

da Money.it

Buy back: cos’è e qual è il significato del termine?
Senza giri di parole il significato di buy back è letteralmente quello di riacquisto di azioni proprie posto in essere da parte di una società quotata.
Esso può avere diverse conseguenze, ma lo scopo primario è in genere quello di garantire una remunerazione agli azionisti. Tramite il buy back la società in questione riacquista parte delle proprie azioni sul mercato e di conseguenza le cancella non potendo essere azionista di se stessa.
Il significato di buy back è dunque quello di riduzione delle azioni presenti sul mercato e conseguente aumento del valore di quelle rimanenti. Di seguito una guida completa sull’argomento, dal cos’è il buy back, al significato del termine, fino alle modalità con cui può prendere vita.

Buy back: cos’è? Il significato del termine

Come già accennato, la definizione letterale di buy back è quella di riacquisto di azioni proprie. Per capire al meglio il significato del termine è necessaria però qualche precisazione aggiuntiva.
Il buy back permette alla società di investire su sé stessa. Riducendo il numero di azioni sul mercato, l’operazione di riacquisto permette di aumentare il valore delle stesse dato che ogni investitore di quella società avrà una porzione più grande della stessa essendo diminuito il numero complessivo di titoli (ossia di pezzetti in cui la società è divisa).
In altre parole il buy back può prendere vita in diversi casi e cioè può avere diversi obiettiviIn primis l’operazione può rispondere alle esigenze di una società che consideri le proprie azioni sottovalutate; in secundis può mettere in luce le previsioni rialziste dell’azienda delle sue attuali operazioni. Poi ancora può rispondere all’esigenza di garantire un ritorno nelle mani degli azionisti.

Come realizzare un buy back? Le modalità

L’operazione di riacquisto di azioni proprie può essere realizzata in due modi. Possiamo infatti parlare o di offerta diretta, detta anche tender offer, oppure possiamo fare riferimento ad un acquisto sul mercato.
  • Offerta diretta: in questo caso con il buy back la società offre agli azionisti di riacquistare un tot di azioni a una forchetta di prezzo che viene stabilita all’interno di un determinato arco temporale. È la pratica più diffusa.
  • Acquisto sul mercato: in questo caso il riacquisto di azioni proprie da parte della società avviene con le modalità utilizzate da un qualsiasi investitore, ossia ad un prezzo stabilito dalle dinamiche di mercato (incontro domanda/offerta). Questa seconda modalità di buy back è in genere poco utilizzata dalle aziende poiché non appena viene diffusa la notizia il prezzo delle azioni schizza.
Il buy back, o riacquisto di azioni proprie, segue insomma uno schema ben preciso che si articola per gradi:
  1. la società riacquista alcune sue azioni;
  2. tali azioni vengono riassorbite e cancellate, poiché la società non può essere investitore di sé stessa;
  3. la cancellazione riduce il numero di azioni sul mercato;
  4. meno azioni ci sono, più aumenta il loro valore;
  5. essendo aumentato il loro valore, ogni azionista ha una fetta più grande della società e dunque un maggior profitto.

Motivazioni del buy back

Una società quotata sul mercato decide di condurre un’operazione di buy back sulla base di diverse motivazioni, alcune delle quali sono state già accennate in precedenza:
  • Eccesso di liquidità: l’azienda ritiene che la sua liquidità in eccesso possa essere più redditizia se investita nelle sue stesse azioni, piuttosto che adoperata in impieghi bancari o reinvestita. La società in questo caso si comporta come un risparmiatore esterno che decide di portare avanti un investimento nel suo stesso titolo.
  • Valore per gli azionisti: poiché un’operazione di buy back:
    • aumenta la quotazione dei titoli, in quanto ne sostiene la domanda sul mercato;
    • aumenta il valore patrimoniale dei titoli rimasti, qualora i titoli soggetti a buy back vengano distrutti.
  • Mantenimento della maggioranza, assoluta o relativa delle quote azionarie, e quindi del controllo e della proprietà aziendale, in quanto le azioni riacquistate dall’emittente escono dal listino-mercato azionario, e non possono essere oggetto di offerta pubblica di acquisto. 
  • Ottenere una plusvalenza: acquistando le azioni ai minimi storici per rivenderle sul mercato, non appena le quotazioni ritornano ai livelli precrisi.

Scopi del buy back

Come sarà già emerso nelle precedenti righe, le operazioni di buy back sono utilizzate per attuare:
  • Piani di stock option: l’attribuzione di azioni ai dipendenti e/o agli amministratori della società, implica che l’azienda debba dotarsi di pacchetti azionari.
  • Distribuzione di azioni o altre opzioni su azioni a titolo gratuito o oneroso, ai dipendenti e amministratori dell’emittente o di società controllate.
  • Scambi di azioni con altre società di capitali, nell’ambito di operazioni di natura strategica di interesse per gli emittenti.
  • Valutazione azionaria: il buy back può anche dare un importante segnale al mercato di come gli amministratori ritengano che il titolo sia sottovalutato. Se tale segnale viene recepito, gli agenti potrebbero investire in detto titolo e portare le quotazioni a salire.
A seguito della crisi del 2008, le operazioni di buy back si sono diffuse anche per altri strumenti finanziari come le obbligazioni, ed anche a soggetti di diritto pubblico, con il riacquisto di titoli di debito sovrano da parte delle Banche Centrali.
In questi casi, l’operazione è finalizzata a:
  • evitare che all’asta con gli investitori istituzionali restino invendute delle obbligazioni;
  • collocare i titoli con interessi più bassi: aumentando la domanda scende il costo complessivo del debito pubblico e si mantiene ripagabile anche nel lungo termine.

Effetti del buy back

Le operazioni di buy back risultano piuttosto convenienti se si guarda alle loro conseguenze sugli indici della società. Il riacquisto di azioni proprie, e dunque una loro riduzione sul mercato, aumenta la fetta societaria e il profitto di ciascun azionista. In altre parole aumenta l’EPS.

A migliorare sono così anche il ROE e il ROI: in questo ultimo caso viene ridotto il numero di asset e dunque il denominatore del rapporto necessario al calcolo.

Esempio di buy back

Nonostante abbia avuto un anno fiscale piuttosto buono, la società Xconsidera i propri titoli sottovalutati rispetto a quelli dei principali competitor. Per remunerare i propri azionisti nel lungo periodo e alzare il valore delle azioni, decidere di procedere con un’operazione di buy back volta al riacquisto del 10% di azioni proprie.
I titoli X sono in totale 1 milione e gli utili totali sono pari a 1 milione di euro. Di conseguenza l’EPS (utile per azione) è di 1 euro. Il rapporto P/E è di 20, per cui le azioni scambiano a 20 euro ciascuna.
EPS = 1.000.000 utili/1.000.000 azioni = 1 euro
Come accennato, la società vuole procedere al buy back del 10% delle sue azioni, che nel nostro esempio corrisponde a 100.000 titoli (su 1.000.000). Il nuovo EPS sarà aumentato da 1 euro a 1,11 euro, dato che non dovrà più essere calcolato su un milione di azioni ma su 900.000.
Nuovo EPS = 1.000.000 utili/900.000 azioni = 1,11 euro
Con un P/E ratio di 20, il valore delle azioni non sarà più di 20 euro ciascuna, ma di 22,22 dopo il buy back, ossia dopo il riacquisto.
1,11 x 20 = 22,22 euro per azione

P/E, rapporto prezzo/utili: definizione, modalità di calcolo e utilizzo


   

da Money.it

La guida completa e le differenze con EPS ed earnings yeld.P/E: qual è la definizione del rapporto prezzo/utili ma soprattutto quali le modalità di calcolo e di utilizzo della relazione?

Con P/E ratio si intende letteralmente il calcolo del rapporto tra il prezzo corrente di un’azione e l’utile a questa associato.
Esso rappresenta una delle misure di maggior utilizzo da parte degli investitori e degli analisti. Il fatto che il P/E sia un rapporto rende la relazione prezzo/utili particolarmente adatta per scopi di valutazione, ma è difficile da utilizzare quando si procede al calcolo dei rendimenti potenziali soprattutto in un paniere di investimenti differenti.
In poche parole la definizione base di P/E parla del prezzo delle azioni diviso per l’EPS, letteralmente utile per azione. Bisogna ora capire come si calcola questo rapporto e qual è il suo utilizzo. A cosa serve?
Ora che abbiamo ben chiara la definizione di P/E occorre fare alcune precisazioni prima di procedere nella nostra analisi del rapporto prezzo/utili. Vediamo allora tutto quello che c’è da sapere sul P/E, qual è l’utilizzo e quali sono le modalità di calcolo del rapporto prezzo/utili.

P/E, rapporto prezzo/utile: definizione e calcolo

Come si calcola il P/E? Il rapporto prezzo/utili si calcola ponendo al numeratore il prezzo di una singola azione societaria e al denominatore l’EPS (earning per share), ossia l’utile per azione. Prima di trovare il rapporto P/E bisognerà scovare il nostro EPS che ha una modalità di calcolo piuttosto semplice:
EPS = utile netto societario/numero di azioni emesse
Una volta calcolato il nostro EPS possiamo passare al rapporto prezzo/utili:
P/E ratio = prezzo di ciascuna azione/EPS

Facciamo un esempio pratico. Voglio scoprire il rapporto prezzo/utili della società X che ha emesso 10.000 azioni, che ha un utile netto di 5.000 euro e che ha un prezzo per azione di 5 euro. Innanzitutto mi calcolo il mio EPS che, secondo le formule appena descritte, è pari a: 5.000/10.000=0,5 euro. Dopo aver trovato il mio utile per azione posso procedere al calcolo del rapporto prezzo/utili che sarà: 5/0,5=10. Il mio P/E è 10.
Ora che sappiamo qual è la definizione e quali sono le modalità di calcolo del P/E bisognerà capire a cosa serve il rapporto prezzo/utili.

P/E, rapporto prezzo/utile: a cosa serve? L’utilizzo

Un altro modo di guardare la definizione di P/E è il seguente: quante volte il prezzo dell’azione esaminata incorpora l’utile societario. Di conseguenza, più il rapporto P/E sarà alto più ciò significherà che gli investitori sono disposti a pagare di più per avere il livello di utili del denominatore. In altre parole il P/E è anche una misura della fiducia del mercato nei confronti delle capacità societarie di incrementare gli stessi utili.
In parole ancor più semplici potremmo invece definirlo come un rapporto che ci permette di sapere quanto pagare per ottenere un utile di quella società. L’utilizzo del rapporto prezzo/utili è piuttosto frequente in quanto consente di evidenziare quanto un titolo è sopravvalutato o sottovalutato rispetto ai conti di bilancio della società in esame.
Dal punto di vista teorico il P/E serve a calcolare quanti anni dovrò aspettare per recuperare il mio intero investimento a utili costanti. Torniamo all’esempio precedente: se una società ha un utile per azione di 0,5 euro e ha anche un prezzo di 5 euro per azione allora il mio rapporto prezzo/utili sarà pari a 5/0,5 = 10.

Ciò significa che io, investitore, dovrò aspettare 10 anni per recuperare l’intero investimento a utili costanti. Ecco insomma cos’è il P/E, qual è la sua definizione, le modalità di calcolo e l’utilizzo del rapporto prezzo/utili.

P/E, rapporto prezzo/utili: quanti tipi ne esistono?

A seconda del tipo di utili presi in considerazione nel calcolo del rapporto abbiamo la facoltà di individuare due tipi “diversi” di P/E:
  • Trailing P/E: se al denominatore consideriamo gli utili realmente conseguiti e dunque espressi nell’ultimo bilancio societario di esercizio.
  • Forward P/E: come si evince dalla terminologia utilizzata, in questo caso il rapporto prende in considerazione non gli utili conseguiti, ma quelli stimati per l’anno successivo di esercizio.

P/E, rapporto prezzo/utili: un confronto

Il P/E, oltre che per un titolo specifico, è ancor più utile se paragonato ad altri parametri e da questo punto di vista ne distinguiamo 3.
P/E di settore: in questo caso paragoniamo il rapporto prezzo/utili di un titolo a quello delle altre compagnie della stessa taglia e dello stesso settore; il paragone viene effettuato anche con il P/E medio dello stesso comparto preso in considerazione e in questo modo abbiamo la facoltà di capire se quel titolo è sopravvalutato o sottovalutato.
P/E relativo: in questo caso cerchiamo di capire qual è la percezione degli investitori paragonando il P/E del titolo con il suo rapporto prezzo/utili in un determinato periodo di tempo. 

PEG Ratio: paragona il P/E alla crescita (futura o passata) degli utili. Un titolo con un P/E di 10 e con una crescita del 10% ha un PEG pari a 1, mentre un titolo con un P/E di 10 e una crescita del 20% ha un PEG di 0,5. In quest’ottica la seconda azienda è sottovalutata rispetto alla prima.

P/E ratio, rapporto prezzo/utili: differenze con earning yields (U/P)

L’earning yelds, in italiano rapporto U/P, ha una definizione speculare a quella del rapporto prezzo/utili, ossia P/E. In altre parole è il suo reciproco essendo esso pari a:
P/U = utile per azione (EPS)/prezzo di ciascuna azione = 1/(P/E) espresso in %
Facciamo ancora una volta un esempio pratico per capire quali sono la definizione, l’utilizzo e la modalità di calcolo di questi indicatori.
Il titolo X ha le seguenti caratteristiche:
  • Prezzo: 10 euro;
  • EPS: 0,50 euro
  • P/E: 20
  • U/P: 5%
Il titolo Y ha invece le seguenti caratteristiche:
  • Prezzo: 20
  • EPS: 2 euro
  • P/E: 10
  • U/P: 10%
Alla luce di questi dati, e ammettendo che le due società siano simili ed operino nello stesso settore, quale delle due ha un valore maggiore? La risposta più ovvia è la Y, dato che dal punto di vista valutativo ha un P/E più basso, mentre ha un U/P più alto, esattamente del 10% il che significa che per ogni euro investito nelle azioni sarà generato un EPS di 10 centesimi. Nel caso dell’azienda X, invece, per ogni euro investito avremmo un EPS di 5 centesimi.

Rispetto al P/E, il rapporto U/P, ossia l’earning yeld permette di valutare la convenienza tra un’azione e un’obbligazione ad alto rendimento.

P/E ratio, rapporto prezzo/utili: differenze con EPS

Come abbiamo già avuto modo di vedere nella sezione dedicata al calcolo del P/E, il rapporto prezzo/utili si discosta anche dall’EPS, anche se le due misure sono strettamente correlate (essendo l’utile per azione fondamentale al calcolo del P/E).
L’EPS, o utile per azione, è la misura base per capire la redditività di una società. L’utile per azione si calcola dividendo l’utile netto aziendale per il numero di azioni ordinarie emesse dalla società sul mercato. Esattamente come il rapporto prezzo/utili, anche l’EPS può essere di due tipi:
  • Basic: si calcola dividendo l’utile netto disponibile agli azionisti ordinari per la media ponderata delle azioni ordinarie emesse durante l’anno;
  • Diluted: le azioni ordinarie rappresentano una stima sulla base dell’effetto di esercizio e della possibile conversione dei titoli.
Ecco, insomma, cos’è il P/E, quale la sua definizione, il suo utilizzo, le sue modalità di calcolo e quali sono le differenze del rapporto prezzo/utili con EPS ed earning yelds.

martedì 21 aprile 2020

Petrolio: l’Oro Nero ha scritto una pagina di storia!

La Redazione Articolo pubblicato il 21/04/2020 08:00:00 

“Lo spazio di stoccaggio è troppo pieno e gli speculatori non comprano questo contratto e le raffinerie stanno lavorando a ritmo ridotto a causa del coronavirus. Le speranze che questa situazione cambi in 24 ore sono decisamente poche…” (Phil Flynn, analista presso Price Futures Group). 


La giornata di ieri è senza dubbio una di quelle che entrerà nella storia: per la prima volta i prezzi del petrolio sono scivolati in territorio negativo…  Quanto accaduto ha lasciato di stucco molti operatori di settore, dai traders ai commercials, anche se, ad onor del vero, dobbiamo precisare che ormai da tempo si parla del possibile palesarsi di un evento di questo tipo, tant’è vero che in numerose occasioni abbiamo discusso di questo argomento proprio negli articoli pubblicati quotidianamente sul nostro portale.
A questo punto, lasciamo da parte le congetture ed andiamo ad esaminare quello che è successo nella sessione di ieri, leggendo anche il parere di alcuni veterani dei mercati, tra cui i noti Phil Flynn e John Kilduff.

Lunedì 20 aprile 2020: una giornata che entrerà nella storia

Nella giornata di ieri, lunedì 20 aprile 2020, per la prima volta nella storia i futures sul WTI sono scesi in territorio negativo collassando sotto il peso dell’eccesso di offerta globale che ormai da tempo flagella il settore: la retorica lascia il posto ai numeri, ed i numeri sono impietosi e ci mostrano un contratto maggio 2020 che termina gli scambi a -37,6 dollari per barile!
La domanda che in molti si pongono, negli USA, è se questo calo influenzerà i prezzi alla pompa, ma siamo di fronte a qualcosa che non è mai accaduto in precedenza, ragion per cui anche gli esperti di settore non si sbilanciano, ed i commenti e le dichiarazioni a questo proposito sono praticamente assenti.
Quel che è certo è che le misure implementate dai governi al fine di contrastare il diffondersi del coronavirus stanno trattenendo miliardi di persone nelle loro abitazioni, e questa immobilità ha letteralmente distrutto la domanda di greggio in tutto il mondo, causando l’eccesso di offerta a cui abbiamo accennato in apertura.

Grafico WTI by Tradingview
Il primo a rilasciare un commento è John Kilduff, veterano del mercato petrolifero e partner dell’hedge fund Again Capital di New York: Normalmente questo - un petrolio a prezzi contenuti - stimolerebbe l’economia globale, normalmente potrebbe tradursi in un 2% extra nel PIL, ma ora non conta, perché nessuno investe denaro nei carburanti”.
Più cauta nei commenti è Louise Dickson (analista di settore presso Rystad Energy) che afferma: “È come tentare di spiegare qualcosa che non è mai accaduto prima e che ai nostri occhi appare totalmente irreale: a questo punto un fallimento od una costosa chiusura delle operazioni potrebbero essere opzioni più convenienti per i produttori, in quanto eviterebbero di pagare decine di dollari per sbarazzarsi del loro prodotto”

I raffinatori stanno elaborando una quantità di greggio nettamente inferiore alla norma, ragion per cui centinaia di milioni di barili prodotti non hanno avuto uno sbocco commerciale e sono stati inseriti nei siti di stoccaggio che già ora sono quasi al limite della saturazione; i commercianti, inoltre, hanno noleggiato navi cisterna al fine di stoccare il greggio, e su questi vascelli trovano attualmente posto circa 160 milioni di barili di petrolio, ed anche in questo caso siamo di fronte ad un record storico.
Nella settimana terminata il 17 aprile 2020 le scorte presso l’hub di Cushing, Oklahoma, sono aumentate del 9% a quota 61 milioni di barili, un altro elemento che ci mostra la gravità della situazione in essere (fonte dato Genscape).

Futures: la grande fuga

Gli investitori si sono liberati dei contratti “maggio 2020” prima della reale scadenza del contratto a causa della scarsa domanda di petrolio fisico: questo è accaduto perché quando un future scade, coloro che ne sono in possesso devono decidere se accettare la consegna - del petrolio, in questo caso - oppure rollare le loro posizioni su un contratto successivo.
Di solito questo processo è relativamente semplice e veloce, ma non in questo caso, in quanto vi sono pochissime controparti disposte ad acquisire il petrolio con l’hub di Cushing che si sta riempiendo molto velocemente (proprio presso l’hub di Cushing viene preso in consegna e poi distribuito agli acquirenti il WTI).
“Lo spazio di stoccaggio è troppo pieno e gli speculatori non comprano questo contratto e le raffinerie stanno lavorando a ritmo ridotto a causa del coronavirus.  Le speranze che questa situazione cambi in 24 ore sono decisamente poche…” (Phil Flynn, analista presso Price Futures Group).
I prezzi sono ormai da tempo sottoposti ad enorme pressione dal surplus dilagante ed in continuo aumento, e, al fine di arginare la caduta dei prezzi, Arabia Saudita, Russia ed altri produttori hanno concordato un nuovo taglio alla produzione che verrà implementato a partire da maggio: la risposta del mercato è stata negativa - sostanzialmente si ritiene che il taglio non sia in grado di compensare il crollo della domanda - ed ora l’Arabia Saudita afferma che è in corso la valutazione di un intervento a mercato prima della data di partenza fissata, per l’appunto, nella giornata del 1° maggio 2020.  

I prezzi del Brent sono crollati di circa il 60% dall'inizio dell'anno, mentre i future sul greggio degli Stati Unitihanno fatto nettamente peggio portando le quotazioni al di sotto del livello di pareggio di cui necessitano la maggior parte dei produttori shale: tutto questo si è tradotto in una riduzione delle attività di perforazione ed in drastici tagli alla spesa.

Economia globale in difficoltà

Ad esercitare pressione sui prezzi del petrolio sono anche i dati macroecnomici globali molto deboli: l’economia tedesca è in grave recessione e è improbabile che la ripresa sia rapida poiché le restrizioni relative al coronavirus potrebbero rimanere in vigore per un lungo periodo, ha affermato la Bundesbank, e non vanno meglio le cose in Giappone, dove le esportazioni verso gli USA sono scese al ritmo più basso dal 2011.

lunedì 20 aprile 2020

Il fondo del barile. Petrolio a -37 dollari: chi lo acquista viene anche pagato

20/04/2020 17:24 CEST | Aggiornato 10 ore fa


Crollo storico del petrolio americano Wti, scende sotto zero dollari al barile sulle consegne di maggio e chiude a -37 dollari. Un tracollo mai visto: si paga per disfarsene. La ragione? Le aree di stoccaggio Usa verso la saturazione: non si sa più dove metterlo

HP
petrolio
C’è chi, vedendola arrivare, l’ha definita la “Pearl Harbor dell’energia”. E aveva ragione. Il collasso della domanda di petrolio provocata dall’epidemia e dai lockdown in tutto il mondo ha innescato un crollo storico del prezzo sul Wti (il marker per i produttori Usa), di oltre il 300% portandolo a livelli mai visti prima: in territorio negativo. Il prezzo per le consegne di maggio (futures in scadenza domani) è sceso ben al di sotto di zero dollari (tre mesi fa era 58 dollari), chiudendo a -37 dollari per barile. Un tracollo mai visto prima sul mercato dei contratti futures: significa che oltre al petrolio, chi lo ha acquistato è stato anche pagato. La ragione: nessuno lo vuole perché non si sa più dove metterlo. Le scorte sono al massimo, le aree di stoccaggio sono a un passo dalla saturazione, e nessuno prevede una ripresa a breve delle attività economiche e produttive capace di assorbire il surplus in circolazione. Sui mercati si traduce nel seguente comportamento: si chiudono le posizioni sui contratti in scadenza domani (barili in consegna a maggio) e ci si sposta sulle scadenze mensili future (Wti di giugno resta infatti sopra i 20 dollari). 
Anche il Brent (-7%) è calato ma restando ben al di sopra dei 25 dollari. Il problema della sovrapproduzione è comune a tutti, ma per gli Stati Uniti è più grave a causa della minore disponibilità di aree di stoccaggio nei pressi del mare, perché quelle di cui dispone sono con il petrolio fino al collo, per la quasi impossibilità di concordare o imporre tagli ai produttori per via delle leggi antitrust Usa. L’accordo raggiunto due settimane fa dai Paesi Opec, Russia e indirettamente dagli Stati Uniti per un taglio della produzione di quasi 10 milioni di barili al giorno (Bpg) non ha prodotto gli effetti sperati sui mercati. Si stima infatti che la domanda mondiale (100 milioni di bpg prima del Coronavirus) sia calata di almeno 20 milioni. Gli Usa sono i primi produttori al mondo grazie allo shale oil, il petrolio ricavato con la fratturazione idraulica, tecnica controversa e dispendiosa, primato ottenuto con una produzione intensiva mentre altri Paesi tagliavano che ha permesso al presidente americano Donald Trump di riuscire lì dove i suoi predecessori avevano fallito: declamare l’indipendenza energetica degli Stati Uniti.
I timori degli investitori sono aumentati dopo che l’Energy Information Administration (EIA) degli Stati Uniti ha fornito i dati sulla saturazione dei principali hub americani: l’hub di consegna Cushing, Oklahoma, è attualmente al 69% della capacità di archiviazione operativa (rispetto al 49% di un mese fa); mentre l’hub di consegna di Rocky Mountain è attualmente al 60% della capacità di archiviazione operativa (rispetto al 49% di un mese fa). Nel complesso lo spazio per lo stoccaggio Usa è passato dal 50 al 57% in un mese. Come ha riportato qualche giorno fa il Wall Street Journal, sulle coste della Louisiana e del Texas è in arrivo una flotta di venti petroliere saudite con un quantitativo superiore di sette volte alla normalità, circa 40 milioni di barili. Partite da Riad  tra marzo e aprile, nei giorni in cui si registrò il fallimento dell’Opec+ e la guerra dei prezzi tra Arabia e Russia, l’approdo negli Usa è previsto per maggio. 
A rendere più marcato il crollo del prezzo del Wti e ad aumentare lo spread con il Brent è stata la decisione del Us Oil Fund, il fondo petrolifero americano da 3,8 miliardi di dollari - che rappresenta circa il 25% di tutti i contratti in essere nei futures Wti - di apportare significativi aggiustamenti al suo portafoglio. Solito operare sui contratti a scadenza sul primo mese (maggio, che scade con alla chiusura delle contrattazioni di domani), da venerdì scorso ha chiuso il 20% delle sue posizioni spostandole sui futures di giugno, quando la quotazione del barile è ben più alta sui 22 dollari. Il prezzo del greggio è in territorio contango, anzi super-contango con i prezzi pronti (spot) di gran lunga più bassi di quelli futuri: la differenza tra il contratto maggio e quello giugno è di oltre 40 dollari, superando il record di 8,49 dollari tra il contratto in scadenza e il successivo visto a dicembre 2008. La modifica del Us Oil Fund resterà in vigore fino a nuovo avviso. 
Il lockdown mondiale ha lasciato aerei a terra, navi all’ancora e autostrade deserte, assestando uno dei colpi più duri della storia al mercato del greggio: il settore dei trasporti rappresenta circa il 50% della domanda di petrolio (benzina, cherosene). Ma a pagare il prezzo più alto al crollo della domanda, saranno i produttori americani. Affinché lo scisto (shale oil) sia remunerativo, si calcola che il prezzo del greggio non debba scendere al di sotto della soglia dei 35-40 dollari al barile. Il primo aprile Whiting Petroleum ha dichiarato bancarotta, il suo titolo a Wall Street è crollato del 44%. La società petrolifera attiva nella regione Bakken in Nord Dakota (produzione di 120mila bpg), ha fatto ricorso alla ristrutturazione prevista dal Chapter 11. Negli stessi giorni anche la Calleon Petroleum ha attivato advisors per ristrutturare i suoi debiti. Primi segnali di un collasso energetico. Come riporta il Financial Times, i dati di Baker Hughes di venerdì hanno mostrato che il numero di piattaforme petrolifere attive negli Stati Uniti è diminuito di oltre un terzo nell’ultimo mese, ma il parziale stop all’estrazione non ha fatto aumentare il prezzo dei barili. Il problema è sempre lo stesso: dove metterli.